La scuola non ci rende tutti uguali

I recentissimi risultati PISA 2025 dicono una cosa semplice. La Svizzera e il Ticino reggono nel confronto internazionale, ma su un piano inclinato. La classifica dice dove siamo rispetto agli altri, mentre il confronto nel tempo ci dice dove stiamo andando. E la direzione non è rassicurante. 

 

Dal 2015 la Svizzera ha perso terreno nella lettura e nella matematica. Il Ticino è arretrato in tutti e tre gli ambiti, con un calo accelerato tra il 2022 e il 2025 e più marcato di quello svizzero in ogni disciplina. Essere davanti a chi fa peggio non significa migliorare. Il segnale più allarmante viene dagli allievi che non raggiungono le competenze di base. In Ticino sono il 20% nelle scienze, il 27% nella lettura e il 24% in matematica. In quest’ultimo ambito la quota è più che raddoppiata dal 2015, mentre sono diminuiti gli allievi molto competenti. Lo stesso rapporto cantonale invita a cercare le cause anche nel sistema educativo.

 

Il DECS sottolinea che in Ticino la distanza tra i risultati migliori e quelli peggiori è inferiore alla media svizzera. Una forbice più stretta è positiva, ma non basta se si chiude verso il basso. Aumentano gli allievi sotto la soglia minima, calano i punteggi medi e arretra l’eccellenza. È il rischio che come PLR segnaliamo da tempo. Equità significa aiutare chi è in difficoltà a salire, senza smettere di stimolare chi può arrivare più lontano.

 

I dati PISA e il dibattito nazionale impongono quindi la domanda di fondo. La scuola sta ancora facendo fino in fondo il proprio mestiere, cioè formare, educare, istruire e stimolare? Da qui dovrebbe partire ogni riforma, compresa quella dei livelli nella scuola media – il cui obiettivo non può essere unicamente il principio dell’equità (malgrado sia il principio faro del Dipartimento).

 

Negli ultimi anni specialisti e commentatori, soprattutto sull’isola libera dell’NZZ, hanno rimesso in discussione alcuni dogmi del dibattito educativo. Nel tentativo di rendere la scuola sempre più inclusiva rischiamo di confondere la parità delle opportunità con l’uguaglianza dei risultati e il sostegno con l’abbassamento delle aspettative.

 

Una scuola giusta impedisce che l’origine sociale diventi una condanna, sostiene chi parte svantaggiato, colma le lacune e lascia aperta la possibilità di cambiare percorso. Ma non finge che tutti abbiano gli stessi talenti, inclinazioni, motivazioni e ritmi. Il contesto familiare conta e ricordo bene i corsi di sociologia e i testi di Daniel Gaxie. In Svizzera, però, le strade per riuscire sono molte e non passano tutte dal liceo o dall’università. Formazione professionale, apprendistato e formazione continua permettono di costruire percorsi solidi. Questa pluralità è una forza del nostro Paese.

 

L’inclusione è un principio giusto, ma diventa una politica sbagliata quando ignora ciò che accade nelle classi. I dati raccolti da GfS Bern tra oltre diecimila docenti svizzeri invitano alla prudenza. In una classe media di diciotto allievi, cinque hanno una diagnosi formale e altri due richiedono un sostegno particolare. L’83% degli insegnanti segnala un aumento del carico di lavoro, il 71% ritiene trascurati gli allievi più forti e il 52% osserva un calo delle prestazioni.

 

Questi dati impediscono di ridurre tutto alla mancanza di risorse. È doveroso chiedersi se la risposta debba sempre essere un altro specialista o un’altra misura individualizzata. Oltre una certa soglia, l’inclusione rischia di diventare inclusivismo, un approccio piuttosto in voga in Ticino. Ogni differenza diventa un bisogno speciale, ogni difficoltà una compensazione, ogni fragilità qualcosa da neutralizzare. Compensare gli svantaggi è sacrosanto. Ma una scuola deve anche insegnare ad affrontare le difficoltà, misurarsi con i propri limiti e, quando possibile, superarli. Non sempre aiutare significa togliere l’ostacolo.

 

La scelta non è tra scuola inclusiva e scuola selettiva. Per alcuni bambini la classe ordinaria è la soluzione migliore; per altri può esserlo una classe di sostegno, uno spazio temporaneamente separato o un insegnamento più differenziato. Riconoscere che esigenze diverse chiedono risposte diverse non è illiberale. Illiberale è imporre a tutti un unico modello in nome di un’uguaglianza da manuale.

 

La scuola deve sostenere gli allievi più fragili senza frenare il resto della classe e valorizzare le capacità teoriche quanto quelle pratiche. Deve chiedere molto agli insegnanti, senza pretendere che risolvano in una sola aula tutti i problemi della società. Molti docenti ce lo dicono chiaramente: l’inclusione sul terreno non è quella dei libri di teoria.

 

Lo Stato deve garantire buone condizioni di partenza, rimuovere gli ostacoli ingiusti e non chiudere troppo presto nessuna porta. Non deve cancellare le differenze né promettere a tutti lo stesso traguardo. Una scuola davvero equa non rende tutti uguali. Permette a ciascuno di diventare il meglio di ciò che può essere.

Alessandro Speziali, laRegione, 23 settembre 2026